Titolo: Babel. Una storia arcana
Autore: R. F. Kuang
Pagine: 600
Dove trovarlo: IBS
Ogni atto di traduzione è sempre e necessariamente un atto di tradimento.
Oxford, 1836. La città delle guglie sognanti. Il centro di tutta la conoscenza e l’innovazione del mondo. Al suo cuore c’è Babel, il prestigioso Royal Institute of Translation dell’Università di Oxford. La torre da cui sgorga tutto il potere dell’impero.
Rimasto orfano a Canton e portato in Inghilterra da un misterioso tutore, Robin Swift credeva che Babel fosse un paradiso. Fino a che non è diventata una prigione… Può uno studente lottare contro un impero?
Recensione
Immaginate il mio stupore e la mia curiosità nello scoprire che è stato pubblicato un libro fantasy sulla traduzione. Potevo farmelo sfuggire? Assolutamente no! Ecco allora che mi sono buttata a capofitto nella lettura di Babel, primo romanzo che leggo della Kuang. So cosa state pensando: “Ma come, non hai letto Guerra dei papaveri?”. Ebbene no, colpevole! Quindi questo è il mio primo approccio alla penna di R. F. Kuang, e devo dire che scorre sulla pagina in maniera fluida e veloce.
Ma come può un fantasy essere sulla traduzione? O meglio, su ciò che si perde nella traduzione? Potrebbe sembrare un’impresa quasi impossibile (e lo è davvero), ma già il fatto che questo libro sia stato tradotto dalla bravissima Giovanna Scocchera mi ha dato quella spinta in più che mi serviva per prenderlo dalla scaffale della libreria e portarlo a casa.
Tutto ha inizio nella casa di una famiglia a Canton, in Cina. Sono tutti morti, tranne un bambino che, in punto di morte, viene salvato dal professor Richard Lovell. Nessuna medicina miracolosa, bensì una sottile tavoletta d’argento posata sul petto, il cui potere benefico viene attivato da una combinazione di parole in francese e in inglese. Il bambino si salva e viene portato a Londra da questo sconosciuto e misterioso professore. Qui, viene cresciuto e educato secondo le rigide regole di condotta del professore.
Questa è la storia di Robin Swift, nome che ha scelto il bambino stesso una volta lasciata la Cina, perché l’allontanamento dalla sua terra ha cancellato anche la sua identità. A Londra, Robin passa le sue giornate tra una lezione e l’altra di greco, latino e mandarino con tutori scelti dal professor Lovell, tutto in previsione del suo ingresso a Babel, l’Università di Traduzione nel cuore di Oxford, non appena raggiunta l’età.
Tradurre significa esercitare violenza sull’originale, significa deformarlo e distorcerlo per occhi stranieri ai quali non era rivolto. Quindi cosa ci rimane da dire? Come possiamo concludere, se non ammettendo che ogni atto di traduzione è sempre e necessariamente un atto di tradimento?
Una volta a Oxford, Robin conosce i suoi compagni di corso: un ragazzo indiano, una ragazza originaria di Haiti e una ragazza inglese. Insieme, i quattro formano un gruppi di emarginati. Emarginati perché stranieri, perché con la pelle di un altro colore o, semplicemente, perché donne. Tutte categorie ritenute inferiori e poco degne di trovarsi nella grande Inghilterra. Mano a mano che la storia va avanti, emergono sempre di più i temi principali del libro: colonialismo, razzismo, sessismo e rivoluzione industriale. La storia di Robin si intreccia a quella di milioni di persone prima di lui, e il ragazzo si ritrova a condurre una doppia vita per cercare di ritrovare la sua identità.
Le lingue non sono fatte solo di parole. Sono modi diversi di guardare il mondo. Sono la chiave della civiltà. E per una conoscenza così vale la pena uccidere.
Babel è un libro che progredisce lento. Le prime 200 pagine praticamente servono solo a creare e chiarire il contesto al lettore. I colpi di scena arrivano nella seconda parte del libro ma, anche qui, non c’è clamore, come a rispecchiare l’impotenza del singolo, o di un gruppo ristretto, di fronte al potere di una società che schiaccia tutti coloro che sono diversi per estrazione sociale, razza e colore. Già dalla seconda parte, assistiamo alla presa di coscienza, seppur lenta, di Robin di tutte le ingiustizie perpetrate da Babel e, più in generale, dall’Inghilterra. Questa nuova consapevolezza segna un punto di svolta, portando a un radicale e repentino mutamento in Robin.
Alcuni passaggi sono molto intensi e lasciano addosso una sensazione opprimente, di profonda tristezza e rabbia.
L’elemento fantasy è dato semplicemente dall’invenzione di tavolette d’argento alimentate dalla potenza di quel significato che si perde traducendo una parola da una lingua a un’altra, a partire dalla sua etimologia. La magia dell’intraducibile, dello scarto semantico. A parte questo, è un libro sulla colonizzazione e la rivoluzione industriale, e le rispettive conseguenze. In generale, posso dire che è un libro molto bello e interessante, ma non mi sento di definirlo un fantasy.
Valutazione
